… -7…

La bella speranza
Macramè, 1996

Scusa se non telefono
ma ho già il mio bel daffare
a non morire
qui le donne non sanno più muovere
quel bellissimo mucchio di carne
che nasconde la Bella Speranza
la Bella Speranza.

Adesso ho giorni buoni
e aria lunga
ma ho tanto desiderato essere nessuno
solo un grande scrittore fa muovere insieme
i vivi e i morti
e solo un grande dio può accudire i disperati
in un posto così .

Ci sono luoghi dove il bisogno di violenza
è molto più forte della volontà
ci sono ore in cui il bisogno di violenza
è molto più in alto della volontà
ed è ben altro che bastoni e coltelli
non essere visto e non vedere
essere piombo caduto fuso
sulla terra.

Quanto a me, vedi, le persone non cambiano
è che col tempo, il tempo le complica
più di un po’.
Così rimando a farmi fischiare le orecchie
fra questi alberghi lontani e devastati
in questi paesi poveri e salati.

Vivo con prudenza
come un buon mercante in un grande affare
più spesso, come i topi
sento la mia ombra fra i muri
scivolare.

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… – 8 (speciale giorno della memoria)…

Lunario di settembre (il processo di Nogaredo)
Discanto, 1990

L’accusa

Durante gli interrogatori è riuscito
che le imputate
in tempo di luna al primo quarto
hanno rinunziato al sacramento
del battesimo
seducendosi l’una per l’altra
a commettere tale mancamento
permettendo per maggiore dannazione
delle loro anime
di essere ribattezzate
con una nuova infusione d’acqua
sopra il capo
essendosi sottoposte a tal legame
di obbedienza
al Nemico del genere umano.

Che in tempo di luna piena
a ore comode, ai malfatti propizie
erano portate in aria
invisibilmente
in maledetti congressi
dove venivano compiute
diversità e quantità di incantagioni, sortilegi
giochi bestiali ed ereticali.

Che in luna di ultimo quarto
hanno esse confessato le violenze
i venefici, i danni infiniti
le infermità incurabili
alle persone, agli animali.

I luna nuova di settembre
la distruzione dei raccolti
nelle campagne
mediante la sollevazione
di venti e tempi
impetuosi.

Dialogo fra l’inquisitore e un’imputata

Ma tu chi sei
cos’hai perché non parli
non argenti di stelle
questo scialbo mattino
non sei tu stessa
a incasellarli
gli astri lucenti
nel grande albo del cielo
o sei anche tu una figurina
senza potere
se non nelle notti
di ferire i viandanti
come spina.

Ah signore
se potesse tutto il male
che mi consuma
mutare la spada tua
in un giro di scale armoniche
ascendenti
o in una strada
che via mi conducesse.
Ma non vale niente che io faccia
che resista o che cada
tu non capisci
è questo il grande lutto
che oscura le mie vesti
ma voglio dirti la verità
dal lato brutto a cui non si rimedia
tu non capisci
è questo il grande male
io non ti amo
è questa la tragedia.

La sentenza

Visto il processo
coi testimoni esaminati
dove manifestamente si comprova
il corpo dei diversi delitti
per essere stati commessi
viste le dottissime difese
per parte delle dette rappresentate
viste finalmente
le cose che devono vedersi
e considerate
quelle che devono essere considerate
avuto il parere decisivo
dei molti illustri e chiari signori
commissari di questa giurisdizione
affinché non abbiano a gloriarsi
delle loro pessime opere
ad esempio di altri
in via definitiva
sentenziamo e condanniamo.

Il 14 aprile 1647, nel luogo designato
davanti ai contadini obbligati ad assistere al supplizio
vengono decapitate
Lucia Caveden, Domenica, Isabetta e Polonia Graziadei,
Caterina Baroni, Ginevra Chemola e Valentina Andrei.
I corpi sono bruciati, i resti seppelliti alle Giarre in terra maledetta.
I beni delle donne confiscati.

 

 

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-9…

La decadenza
(Decadancing, 2011)

In piena decadenza
Le parole non hanno chance
È proprio una faccenda inquietante
Il pensiero che degenera
Facciamo un affare con Dio
Ci lasci una seconda possibilità
Se può
In Questa decadenza

In mezzo a tanta oscurità
Le speranze non hanno chance
C’est la décadence
C’est la décadence

Nessuna incertezza mai più
In nome del cielo davvero mai più
Qui serve un segno di rispetto per la gente
In questa bassa marea
Serve un lampo nell’aria che si accenda
Oppure un’idea
C’est la décadence
C’est la décadence

Mi guardo a sinistra
Poi guardo verso destra
E tutto quello che ho da vedere
È una frontiera da attraversare con te
Facciamo un affare noi due
Ci diamo una seconda possibilità
È la sopravvivenza
È un biglietto per andare più avanti
È trovare un lavoro e decenza
È sapere con chi stare

È la differenza
È un biglietto per andare più avanti
È trovare un lavoro e decenza
È sapere a chi stringere la mano
C’est la décadence

In questa decadenza
Le parole non hanno chance
C’est la décadence
In questa decadenza
Le persone non hanno chance
C’est la décadence
C’est la décadence

 

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Il peggiore Tg dopo il week end (ma anche prima e durante)

18 gennaio 2010, dopo poco più di sette mesi alla guida dell’informazione dell’ammiraglia Rai, il Tg1 tocca l’apice: uno share del 29,3% contro il 23,8 del Tg5 e il 13,8 del Tg3.

Poi la discesa, e al 20 settembre dello stesso anno il Tg1 arriva al 23,9%. Cala pure il Tg5 al 20,9%, mentre sale il Tg3 al 15,1%.

Lieve risalita a dicembre, fino al 26% (evidentemente i servizi sui regali e sul cenone della Vigilia tirano ancora), poi, nel 2011, il tracollo.

7 marzo: 25,4%
13 maggio: 24,6%
12 settembre: 22,3%
18 ottobre: 20,7%

Ed eccoci al 27 novembre: il Tg1 fa il 16,1%.
Il Tg5 sorpassa in tromba la pelata di Saxa Rubra col suo 20,4%. E pure il Tg3 di Bianca Berlinguer fa meglio: 17,7%. Senza dimenticare il Tg di La7 che si stabilizza intorno all’11%

Uno dice: che soddisfazione! Minzolini se l’è cercata e sta sprofondando sempre più. Tutto giusto, ma l’altra faccia della medaglia è che nessuno finora il cda della Rai ancora in mano ai berluscones non gli ha chiesto conto di questa Caporetto. Che vuol dire danni di centinaia di milioni di euro per l’azienda vista la fuga degli inserzionisti e il ribasso del prezzo degli spazi pubblicitari. Ed essendo l’azienda pubblica, è un danno per noi tutti, il cui contraccolpo si sentirà nel tempo.

Ora, dal governo Monti, con la sua autorevolezza, possiamo sperare che metta mano anche a una seria riforma della cosiddetta “prima azienda culturale del paese” di modo che ricominci a fare cultura e a ragionare da vera azienda, licenziando in tronco i dannosi incompetenti infilati dalla politica? Col mare di riforme in campo economico da fare (previdenza, mercato del lavoro, politiche fiscali ridistributive) questa può sembrare una questione secondaria. E invece resta cruciale se ancora siamo convinti di vivere in una democrazia, perché un’informazione libera e competente è un pilastro fondamentale nella odierna separazione dei poteri, in un reale sistema di checks and balances. La vera riforma italiana sarebbe questa, una svolta epocale.

Purtroppo, dovendo passare dal Parlamento, ovvero la politica (altamente berlusconizzata in pensieri parole opere e omissioni) questa svolta non la vedremo nel breve periodo. Chissà, forse nel lungo. Peccato che, come ci ricorda Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti.

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Insostituibilmente laici

Oggi Benedetto XVI ha ricevuto i partecipanti alla XXV Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici.

La cui opera è stata elogiata in particolare in relazione a due eventi, il Congresso per i fedeli laici dell’Asia (Seul, 31 agosto – 5 settembre 2010) e la Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid (16-21 agosto 2011): esempi di nuovi scenari geografici e generazionali per l’evangelizzazione del terzo millennio.

E da qui il Papa si è concentrato sul tema dell’assise, La questione di Dio oggi. Un  discorso molto bello, che sarebbe bene valorizzare e non far cadere nel dimenticatoio, ricordando quella specifica vocazione laicale all’interno del cammino della Chiesa, troppe volte svalutata: specie in politica, in forza di certe pratiche lobbistiche che sarebbe ora di accantonare…

Non dovremmo mai stancarci di riproporre tale domanda, di “ricominciare da Dio”, per ridare all’uomo la totalità delle sue dimensioni, la sua piena dignità. Infatti, una mentalità che è andata diffondendosi nel nostro tempo, rinunciando a ogni riferimento al trascendente, si è dimostrata incapace di comprendere e preservare l’umano. La diffusione di questa mentalità ha generato la crisi che viviamo oggi, che è crisi di significato e di valori, prima che crisi economica e sociale. L’uomo che cerca di esistere soltanto positivisticamente, nel calcolabile e nel misurabile, alla fine rimane soffocato. In questo quadro, la questione di Dio è, in un certo senso, «la questione delle questioni». Essa ci riporta alle domande di fondo dell’uomo, alle aspirazioni di verità, di felicità e di libertà insite nel suo cuore, che cercano una realizzazione. L’uomo che risveglia in sé la domanda su Dio si apre alla speranza, ad una speranza affidabile, per cui vale la pena di affrontare la fatica del cammino nel presente (cfr Spe salvi, 1).

Ma come risvegliare la domanda di Dio, perché sia la questione fondamentale? Cari amici, se è vero che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona» (Deus caritas est, 1), la domanda su Dio è risvegliata dall’incontro con chi ha il dono della fede, con chi ha un rapporto vitale con il Signore. Dio viene conosciuto attraverso uomini e donne che lo conoscono: la strada verso di Lui passa, in modo concreto, attraverso chi l’ha incontrato. Qui il vostro ruolo di fedeli laici è particolarmente importante. Come osserva la Christifideles laici, è questa la vostra specifica vocazione: nella missione della Chiesa «…un posto particolare compete ai fedeli laici, in ragione della loro “indole secolare”, che li impegna, con modalità proprie e insostituibili, nell’animazione cristiana dell’ordine temporale» (n. 36). Siete chiamati a offrire una testimonianza trasparente della rilevanza della questione di Dio in ogni campo del pensare e dell’agire. Nella famiglia, nel lavoro, come nella politica e nell’economia, l’uomo contemporaneo ha bisogno di vedere con i propri occhi e di toccare con mano come con Dio o senza Dio tutto cambia.

Ma la sfida di una mentalità chiusa al trascendente obbliga anche gli stessi cristiani a tornare in modo più deciso alla centralità di Dio. A volte ci si è adoperati perché la presenza dei cristiani nel sociale, nella politica o nell’economia risultasse più incisiva, e forse non ci si è altrettanto preoccupati della solidità della loro fede, quasi fosse un dato acquisito una volta per tutte. In realtà i cristiani non abitano un pianeta lontano, immune dalle «malattie» del mondo, ma condividono i turbamenti, il disorientamento e le difficoltà del loro tempo. Perciò non meno urgente è riproporre la questione di Dio anche nello stesso tessuto ecclesiale. Quante volte, nonostante il definirsi cristiani, Dio di fatto non è il punto di riferimento centrale nel modo di pensare e di agire, nelle scelte fondamentali della vita. La prima risposta alla grande sfida del nostro tempo sta allora nella profonda conversione del nostro cuore, perché il Battesimo che ci ha resi luce del mondo e sale della terra possa veramente trasformarci.

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Paese reale

CRISI: ANIA, 50% FAMIGLIE ARRIVA APPENA A FINE MESE
= (ASCA) – Roma, 17 nov – Metà delle famiglie italiane riesce ‘appena a far quadrare il bilancio familiare’. In condizioni di maggiori difficoltà si colloca il 15% delle famiglie che mensilmente deve intaccare i risparmi per sopravvivere e il 6,1% che registra così tante difficoltà da dover chiedere aiuti e prestiti. È quanto emerge dall’indagine ‘Vulnerabilità e benessere delle famiglie italiane’ di Ania-consumatori, condotta su un campione rappresentativo costituito da 3.102 capifamiglia insieme all’Università degli Studi di Milano e presentata oggi a Roma, che ha analizzato le difficoltà economiche delle famiglie e la loro capacità di affrontare i rischi per mantenere i propri standard di vita. Per vulnerabilità finanziaria, chiariscono i ricercatori, si intende la difficoltà, reale o percepita, di arrivare a fine mese o di sostenere spese impreviste e il primo dato che emerge dall’indagine è che un quarto delle famiglie italiane non sarebbe in grado di sostenere spese impreviste di significativa entità. Lo studio evidenzia inoltre che il 94% delle famiglie italiane si trova in condizione di debolezza economica. In particolare, il 24% delle famiglie non sarebbe in grado di far fronte a spese impreviste di significativa entità, mentre il 70% riuscirebbe a farvi fronte solo con difficoltà o con molta difficoltà. E ancora: il 50% del campione ha dichiarato che nell’attuale situazione riesce appena a far quadrare il bilancio familiare. In condizioni di maggiori difficoltà si colloca il 15% delle famiglie che mensilmente devono intaccare i risparmi per sopravvivere e il 6,1% di quelle che registrano cosi tante difficoltà da dover chiedere aiuto e prestiti. Dallo studio emergono anche i comportamenti e le attitudini psicologiche che determinano le decisioni di consumo, investimento e indebitamento degli italiani: le persone impulsive e poco inclini a fare sacrifici possono avere maggiori difficoltà economiche in quanto meno attente a valutare le conseguenze delle proprie spese. L’indagine, infine, conferma che lo stato civile di separato o di divorziato, l’essere donna e il risiedere al Sud sono fattori che incidono nei livelli di difficoltà economica. Viceversa, un buon livello di istruzione, il lavoro a tempo indeterminato, la proprietà della casa in cui si vive, l’entità del patrimonio finanziario e il possesso di polizze assicurative sulla vita sono elementi ricorrenti della sicurezza e del benessere delle famiglie.

MINORI: SAVE THE CHILDREN, 24% A RISCHIO POVERTA’
= (AGI) – Roma, 17 nov. – In Italia il 24,4% dei minori è a rischio povertà, e sono 1.876.000 i bambini e ragazzi in povertà relativa, cioè che vivono in famiglie che hanno una capacità di spesa per consumi sotto la media. È la fotografia scattata dall’Atlante dell’Infanzia diffuso oggi da Save the Children. Sono poi 653mila i bambini e ragazzi in povertà assoluta (privi dei beni essenziali per il conseguimento di uno standard di vita minimamente accettabile). Inoltre, due minori su 3 in povertà relativa, e più di un minore su 2 in povertà assoluta vivono nel Mezzogiorno. In particolare è la Sicilia ad avere la quota più elevata di minori poveri (il 44,2% dei minori), seguita dalla Campania (31,9%) e Basilicata (31,1%) mentre la Lombardia (7,3%), Emilia Romagna (7,5%) e Veneto (8,6%) sono le regioni con la percentuale inferiore di minori in povertà relativa. Per quanto riguarda i bambini in povertà assoluta anch’essi si concentrano nel Sud Italia dove rappresentano il 9,3% di tutta la popolazione minorile. Inoltre il 18,6% di minori italiani versa in condizione di deprivazione materiale: nel Nord Est ben il 7% delle famiglie con minori dichiara di aver difficoltà a fare un pasto adeguato almeno ogni 2 giorni e al Sud il 14,7% delle famiglie non ha avuto soldi per le cure mediche dei bambini almeno una volta negli ultimi 12 mesi. Ad aggravare la situazione, ammoniscono da Save the Children, c’è il fatto che le città italiane sono sempre meno a misura di bambino. Il tasso di motorizzazione è altissimo dappertutto e fa segnare una media di 3/4 macchine ogni minorenne: a Roma si contano circa 450mila minori e un milione 890mila macchine, per un tasso di 4,2 macchine per bambino. In cima alla classifica delle città con il tasso di motorizzazione più alto, Aosta (13,5), Cagliari (5,4), Ferrara (5,1), l’Aquila (4,8). E poi, rivela l’Atlante, procede senza sosta la cementificazione e impermeabilizzazione del territorio: si stima che ogni giorno venga cementificata una superficie di 130 ettari. In testa alla classifica per cementificazione i comuni di Roma e Venezia, seguiti da Napoli e Milano (dove la superficie edificata ha già inglobato i due terzi del territorio comunale). Infine rilevante in molte città è l’inquinamento dell’aria: Ancona (140 giornate), Torino (131) e Siracusa (116) spiccano per il maggior numero di giorni di superamento del valore limite di particolato, polveri sospese nell’aria che penetrano nelle vie respiratorie causando problemi cardio-polmonari e asma. E varia è la disponibilità di giardini, campi, prati e strade ’verdi’ dove i bambini possano giocare: nel Nord e al Centro più di 2 bambini su 3 giocano nei parchi pubblici. Al Sud l’offerta di verde attrezzato è ridotta, la fruizione dei giardini scende al 16% e una quota maggiore di bambini gioca in strada (12,2%).

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La lista

Mario Monti, Presidente del Consiglio (ed Economia ad interim)

Corrado Passera, ministro dello Sviluppo e delle Infrastrutture
ammiraglio Giampaolo Di Paola, ministro della Difesa
Anna Maria Cancellieri, ministro dell’Interno
Paola Severino, ministro della Giustizia
Giulio Terzi di Sant’agata, ministro degli Esteri
Elsa Fornero, ministro del Welfare con delega alle Pari Opportunità
Francesco Profumo, ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca
Lorenzo Ornaghi, ministro per i Beni culturali
Renato Balduzzi, ministro per la Salute
Mario Catania, ministro delle Politiche Agricole e forestali
Corrado Clini, ministro dell’Ambiente.

Ministri senza portafoglio

Enzo Moavero Milanesi (Affari Europei)
Piero Gnudi (Turismo e Sport)
Fabrizio Barca (Coesione territoriale)
Piero Giarda (Rapporti con il Parlamento)
Andrea Riccardi (Cooperazione internazionale).

Antonio Catricalà, sottosegretario della Presidenza del Consiglio.

In bocca al lupo, a tutti!

 

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Orgoglio della Tuscia!

VILLA LANTE A BAGNAIA E’ IL PARCO PIU’ BELLO D’ITALIA VINCITORE CONCORSO 2011 E’ PERLA DEL ’500
(ANSA) – ROMA, 14 NOV – Dopo la Reggia di Caserta e il Castello di Racconigi e’ il giardino di Villa Lante a Bagnaia, vicino Viterbo, il vincitore 2011 del concorso Parco piu’ bello d’Italia. E’ stato scelto tra una rosa di dieci finalisti selezionati in primavera tra gli oltre trecento parchi e giardini italiani iscritti. Villa Lante, famosa in tutto il mondo per la sua bellezza, e’ una delle maggiori espressioni della cultura italiana nel corso del Cinquecento. Organizzato secondo precise regole geometriche, il giardino e’ attraversato da un lungo asse acquatico – in alcune parti visibile, in altre non visibile – che, partendo dall’alto, segue il pendio sfruttando i dislivelli del terreno fino a placarsi nel parterre d’acqua, un’immagine paradisiaca con al centro la fontana dei Mori. L’acqua, che si sposa con le geometrie delle siepi sempreverdi, da’ vita lungo il percorso a fontane, canali e catene d’acqua. Il giardino di Villa Lante e’ il luogo incantato voluto dal cardinale Gambara in nome della supremazia dell’uomo sulla Natura. La giuria che ha eletto vincitore il Giardino di Villa Lante a Bagnaia si compone di sette specialisti del settore, autori di numerosi studi sull’argomento, membri di prestigiosi comitati nazionali e internazionali.

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11/11/11 – ore 11.11

La mia terra (e la mia acqua)

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Consapevolmente

Stamattina sono stato al cimitero di Viterbo, a salutare i miei defunti. I miei nonni materni certamente, Mario e Antonina. Ma anche il vescovo che mi ha cresimato, Fiorino Tagliaferri. E quella grande figura di intellettuale e di cristiano che è stato Pietro Scoppola, di cui ho avuto la fortuna di essere allievo nei suoi ultimi corsi di Storia Contemporanea alla facoltà di Scienze Politiche della Sapienza.

C’è poi un’altra persona che oggi vorrei ricordare. Il 2 novembre di 36 anni fa veniva ucciso Pier Paolo Pasolini, in circostanze che, a distanza di tanto tempo, non sono del tutto limpide e probabilmente mai lo saranno. Il 28 agosto del 1975, poco più di due mesi prima dell’assassinio, Pasolini scriveva sul Corriere della Sera il celebre fondo sulla necessità di “processare la DC”. Forse meno celebre è il secondo articolo che PPP dedicò all’argomento, esattamente un mese dopo. Rileggiamolo e riflettiamo…

Cari colleghi della «Stampa», «il Processo» avete scritto in un fondo del 14 settembre «e poi?». Bene, se i prossimi dieci anni della nostra vita contano (sono, cioè storia) poi si sarà saputo qualcosa. Se invece quelli che contano sono i prossimi diecimila anni (cioè la vita del mondo), poi tutto è pleonastico e vano.
Io, per me, tendo a dare infinitamente maggiore importanza ai prossimi diecimila anni che ai prossimi dieci: e, se mi interesso ai prossimi dieci, è per pura filosofia della virtù.
Che cosa è necessario sapere, o meglio, che cosa i cittadini italiani vogliono sapere, affinché i prossimi dieci anni della loro vita non siano loro sottratti (come è stato per gli ultimi dieci)?
Ripeterò ancora una volta la litania magari a costo di fare, a dispetto della virtù, del mero esercizio accademico.

I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di  cosiddetto benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi pubblici di prima necessità: ospedali, scuole, asili, ospizi, verde pubblico, beni naturali cioè culturali.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta tolleranza si è fatta ancora più profonda la divisione tra Italia Settentrionale e Italia Meridionale, rendendo sempre più, i meridionali, cittadini di seconda qualità.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici, abbandonando, sempre selvaggiamente, a se stessa la campagna.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto progresso la «massa», dal punto di vista umano, si sia così depauperata e degradata.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto laicismo l’unico discorso laico sia stato quello, laido, della televisione (che si è unita alla scuola in una forse irriducibile opera di diseducazione della gente).
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta democratizzazione (è quasi comico il dirlo: se mai «cultura» è stata più accentratrice che la «cultura» di questi dieci anni) i decentramenti siano serviti unicamente come cinica copertura alle manovre di un vecchio sottogoverno clerico-fascista divenuto meramente mafioso.

Ho detto e ripetuto la parola «perché»: gli italiani non vogliono infatti consapevolmente sapere che questi fenomeni oggettivamente esistono, e quali siano gli eventuali rimedi: ma vogliono sapere, appunto, e prima di tutto, perché esistono.
Voi dite, cari colleghi della «Stampa», che a far sapere tutte queste cose agli italiani provvede il gioco democratico, ossia le critiche che i partiti si muovono a vicenda – anche violentemente – e, in specie, le critiche che tutti i partiti muovono alla Democrazia cristiana. No. Non è così. E proprio per la ragione che voi stessi (contraddicendovi) sostenete: e cioè per la ragione che, ognuno in diversa misura e in diverso modo, tutti gli uomini politici e tutti i partiti condividono con la Democrazia cristiana cecità e responsabilità.
Dunque, prima di tutto, gli altri partiti non possono muovere critiche oggettive e convincenti alla Democrazia cristiana, dal momento che anch’essi non hanno capito certi problemi o, peggio ancora, anch’essi hanno condiviso certe decisioni.
Inoltre su tutta la vita democratica italiana incombe il sospetto di omertà da una parte e di ignoranza dall’altra, per cui nasce – quasi da se stesso – un naturale patto col potere: una tacita diplomazia del silenzio.
Un elenco, anche sommario, ma, per quanto é possibile, completo e ragionato, dei fenomeni, cioè delle colpe, non è mai stato fatto. Forse la cosa è considerata insostenibile.
Perché, ai capi di imputazione che ho qui sopra elencato, c’è molto altro da aggiungere – sempre a proposito di ciò che gli italiani vogliono consapevolmente sapere.

Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna.

Ma gli italiani – e questo è il nodo della questione – vogliono sapere tutte queste cose insieme: e insieme agli altri potenziali reati col cui elenco ho esordito. Fin che non si sapranno tutte queste cose insieme – e la logica che le connette e le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla sola fantasia dei moralisti – la coscienza politica degli italiani non potrà produrre nuova coscienza. Cioè l’Italia non potrà essere governata.
Il Processo Penale di cui parlo ha (nella mia fantasia di moralista) la figura, il senso e il valore di una Sintesi. La cacciata e il processo (istruito – dicevo – se non celebrato) di Nixon dovrebbe pur voler dire qualcosa per voi, che credete in questo gioco democratico. Se contro Nixon in America si fosse svolto un gioco democratico, quale sembra esser da voi concepito, Nixon sarebbe ancora lì, e l’America non saprebbe di sé ciò che sa: o almeno non avrebbe avuto la conferma, sia pur formale (ed è importante) della bontà di ciò che essa reputa buono: la propria democrazia.
Ma se (come mi pare evidente, con immedicabile mortificazione) l’opinione pubblica italiana – che anche voi rappresentate – non vuole sapere – o si accontenta di sospettare -, il gioco democratico non è formale: è falso.
Inoltre se la consapevole volontà di sapere dei cittadini italiani non ha la forza di costringere il potere ad autocriticarsi e a smascherarsi – se non altro secondo il modello americano -, ciò significa che il nostro è un ben povero paese: anzi, diciamo pure, un paese miserabile.
Ci sono inoltre delle cose (e a questo punto continuo, più che mai, nel puro spirito della Stoà) che i cittadini italiani vogliono sapere, pur senza aver formulato con la sufficiente chiarezza, io credo, la loro volontà di sapere: fatto che si verifica là dove il gioco democratico, appunto, è falso; dove tutti giocano con il potere; e dove la cecità dei politici è ormai ben assodata.

Gli italiani vogliono dunque sapere ancora cos’è con precisione la «condizione» umana – politica e sociale – in cui sono stati e sono costretti a vivere quasi come da un cataclisma naturale: prima, dalle illusioni nefaste e degradanti del benessere e poi dalle illusioni frustranti, no, non del ritorno della povertà, ma del rientro del benessere.
Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, che limiti ha, che futuro prevede, la «nuova cultura» – in senso antropologico – in cui essi vivono come in sogno: una cultura livellatrice, degradante, volgare (specie nell’ultima generazione).
Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, e come si definisce veramente, il «nuovo tipo di potere» da cui tale cultura si è prodotta: visto che il potere clerico-fascista è tramontato, e ormai esso ad altro non costringe che a «lotte ritardate» (la condanna a morte degli antifranchisti, i rapporti tra la vecchia e la nuova generazione mafiosa nel Mezzogiorno ecc.).
Gli italiani vogliono ancora sapere, soprattutto, che cos’è e come si definisce il «nuovo modo di produzione» (da cui sono nati quel «nuovo potere» e, quindi, quella «nuova cultura»): se per caso tale «nuovo modo di produzione» – introducendo una nuova qualità di merce e perciò una nuova qualità di umanità – non produca, per la prima volta nella storia, «rapporti sociali immodificabili»: ossia sottratti e negati, una volta per sempre, a ogni possibile forma di “alterità”.
Senza sapere che cosa siano questo «nuovo modo di produzione», questo “nuovo potere” e questa «nuova cultura», non si può governare: non si possono prendere decisioni politiche (se non quelle che servono a tirare avanti fino al giorno dopo, come fa Moro).

I potenti democristiani che ci hanno governato in questi ultimi dieci anni, non hanno saputo neanche porsi il problema di tale «nuovo modo di produzione», di tale «nuovo potere» e di tale «nuova cultura», se non nei meandri del loro Palazzo di pazzi: e continuando a credere di servire il potere istituito clerico-fascista. Ciò li ha portati ai tragici scompensi che hanno ridotto il nostro paese in quello stato, che più volte ho paragonato alle macerie del 1945.
È questo il vero reato politico di cui i potenti democristiani si sono resi colpevoli: e per cui meriterebbero di essere trascinati in un’aula di tribunale e processati.
Non dico, con questo, che anche altri uomini politici non si siano posti i problemi che non si son posti i sacrestani al potere, o che, come loro, non abbiano saputo risolverli. Anche i comunisti hanno per esempio confuso il tenore di vita dell’operaio con la sua vita, e lo sviluppo col progresso. Ma i comunisti hanno compiuto – se hanno compiuto – degli errori teorici. Essi non erano al governo, non detenevano il potere. Essi non derubavano gli italiani. Sono coloro che si sono assunti delle responsabilità che devono pagare, cari colleghi della «Stampa», che, sono certo, siete perfettamente d’accordo con me…
Un’ultima osservazione che mi sembra, del resto, capitale.
L’inchiesta sui golpe (Tamburino, Vitalone…), l’inchiesta sulla morte di Pinelli, il processo Valpreda, il processo Freda e Ventura, i vari processi contro i delitti neofascisti… Perché non va avanti niente? Perché tutto è immobile come in un cimitero? È spaventosamente chiaro. Perché tutte queste inchieste e questi processi, una volta condotti a termine, ad altro non porterebbero che al Processo di cui parlo io. Dunque, al centro e al fondo di tutto, c’é il problema della Magistratura e delle sue scelte politiche.
Ma, mentre contro gli uomini politici, tutti noi, cari colleghi della «Stampa», abbiamo coraggio di parlare, perché in fondo gli uomini politici sono cinici, disponibili, pazienti, furbi, grandi incassatori, e conoscono un sia pur provinciale e grossolano fair play, a proposito dei Magistrati tutti stiamo zitti, civicamente e seriamente zitti. Perché? Ecco l’ultima atrocità da dire: perché abbiamo paura.

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Custodi

L’instancabile amico e intellettuale pacifista viterbese Peppe Sini sta raccogliendo nel suo bollettino “La nonviolenza è in cammino” interventi dei più disparati autori “in ricordo delle vittime di tutte le guerre e di opposizione alla guerra assassina”. Il tutto nell’approssimarsi del 4 novembre, anniversario per noi italiani della fine dell’”inutile strage”, la prima guerra mondiale.

Avendo egli tanto gentilmente rivolto anche a me una tale richiesta, non potevo sottrarmi. Ecco quello che sono riuscito a tirar fuori, nei ritagli di tempo concessimi da lavoro, famiglia e altre sciocchezze…

Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise. Allora il Signore disse a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Egli rispose: “Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?”. Riprese: “Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!” (Gn 4,8-10)

Dov’è tuo fratello? Quando tacciono le armi, le grida e il frastuono della battaglia, la domanda risuona su un campo di cadaveri, sulle macerie del mondo. Eccolo tuo fratello, straziato, fucilato, decapitato, dilaniato. Puoi voltargli le spalle, ma è lì che urla la sua presenza.

L’altra domanda è ancora più terribile: Che hai fatto? Chi ha il coraggio di rispondere? Chi ha il coraggio di ammettere di aver ucciso un uomo uguale a sé? Di aver posto fine ai suoi respiri, ai suoi sogni, ai suoi amori, alle sue speranze, ai suoi desideri, alle sue risate, alle sue lacrime, ai suoi affetti, alle sue parole, ai suoi sguardi, in tutto identici al di qua e al di là del mirino.

Non era compito mio custodirlo, dici. E sbagli. Perché nella fragilità dell’esistenza, giorno per giorno, ci scopriamo bisognosi gli uni degli altri. Affidati gli uni agli altri. Desiderosi gli uni degli altri. Necessari gli uni per gli altri. E a cosa è servito uccidere tuo fratello, se non a renderti più povero e più solo, più impaurito e più tormentato? Se non a innalzare, più forte a ogni colpo, quella voce del sangue che ti insegue – che ci insegue – e che i millenni non riescono a spegnere?

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Araldo d’Eraldo

Sul numero 13 del magazine letterario Satisfiction apparirà un articolo di Eraldo Affinati (che sarà domani alle 18 alla Libreria del Teatro per parlare del suo ultimo libro L’11 settembre di Eddy il ribelle, edito da Gallucci). La rivista per ogni articolo prevede una introduzione scritta da un altro autore. Ed Eraldo mi ha proposto tale onore.

E allora nelle librerie Feltrinelli, o comunque ovunque sarà distribuito Satisfiction dal prossimo 6 dicembre, troverete questo mio pezzo, che spero vi invogli alla lettura di quello di Affinati…

Che Diogene di Sinope percorresse l’antica Ellade “cercando l’uomo” è storia risaputa. E la stessa ricerca è quella che conduce la curiosità e la scrittura di Eraldo Affinati.

Affinati cerca l’uomo. Una dichiarazione d’intenti manifesta fin dal titolo del suo primo libro, un attento saggio intorno all’opera di un genio del romanzo ottocentesco: Veglia d’armi. L’uomo di Tolstoj (Marietti, 1992; Oscar Mondadori 1998).

Ma il nostro non cerca un’idea astratta di umano. Lo cerca nel proprio tempo. Che sia quello della Russia zarista per i personaggi tolstojani, o la funerea epoca nazista in cui visse e morì il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer oppure gli anni trenta della giovinezza romana di suo padre, come ricorda lo stesso autore nell’articolo che segue a proposito del suo “romanzo autobiografico” La città dei ragazzi (Mondadori 2008).

E proprio questo libro è occasione per rimarcare un altro parametro della recherche in questione. Ad Affinati interessa con avidità il luogo in cui l’uomo, ogni uomo si trova a vivere. E che porta con sé, dentro di sé. Il tragitto tra Venezia ed Auschwitz l’ha scoperto sotto le sue scarpe nel pellegrinaggio raccontato in Campo del sangue (Mondadori, 1997); il respiro di Berlino l’ha assaporato in loco, strada per strada, mattone per mattone (Berlin, Rizzoli, 2009); il desiderio di abbeverarsi alle fonti dell’ispirazione dei grandi delle patrie lettere a passeggiare sotto il cielo degli scrittori d’Italia (Peregrin d’amore, Mondadori, 2010).

Ma i viaggi più intensi li ha fatti nel Marocco, nell’Afghanistan, nell’Iraq, nella Palestina, nell’Albania, nella Romania, nella Nigeria che gli hanno regalato le storie dei suoi alunni. Adolescenti straordinari che raccontano con un gesto, fanno poesia con uno sguardo: loro cercano di insegnargli quella parte di vita che intende solo chi la prova; Affinati, dal canto suo, tenta di accompagnarli sul cammino della lingua di Petrarca, Manzoni, Pavese, Pasolini.

È questo che Eraldo Affinati ha trovato: l’uomo dalla faccia da ragazzo, dal cuore di ragazzo, dai sogni di ragazzo.

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Un sorso d’acqua pura

Con colpevole ritardo, aderiamo all’appello lanciato da padre Alex Zanotelli per la drastica riduzione delle spese militari, un insulto intollerabile alle giornate della povera gente in questi tempi di grave crisi economica. Mentre lo stato sociale viene smantellato, mentre i deboli sono sempre più senza tutele, mentre i giovani vivono nel precariato, nello smarrimento, nella disperazione, è immorale e antieconomico perseverare nel finanziare questo perverso modello di sviluppo.

Continuare a sostenere questo apparato di morte significa cancellare il futuro nostro e dei nostri figli. “La guerra è come l’acqua salata: più ne bevi più hai sete” (Eraldo Affinati). Spezziamo questa perversa spirale con un sorso d’acqua pura, semplice, disarmata.

Ecco di seguito l’appello di padre Zanotelli e il link per firmare…

In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria (…) quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa. È mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall’autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma (SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!

È mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013. Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari. A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma :”L’Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…” (art.11) Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell’Italia), le guerre in Afghanistan e in Libia fanno parte delle cosiddette “guerre al terrorismo”, costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell’Istituto di Studi Internazionali della Brown University di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili.

Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta, né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folle somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali?
Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte?

E come cittadini in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro!
Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano la banche in tutto questo.
E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all’estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro).

Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro no alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte.
Che vinca la Vita!

Alex Zanotelli
24/8/2011

per firmare http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1314206334.htm

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L’amico del popolo

Farsa tragica in tre atti

ATTO I

 

ATTO II

Non c’è mai nulla di glorioso nell’esecuzione di un tiranno. La vendetta resta una pulsione orribile anche quando si gonfia di ragioni. Ci vogliono Sofocle e Shakespeare, non gli scatti sfocati di un telefonino, per sublimarla in catarsi. Gli sputi, i calci e gli oltraggi a una vittima inerme – sia essa Gesù o Gheddafi – degradano chi li compie a un rango subumano.
Dal governo del baciamano ci si sarebbe aspettati qualche parola di pietà nei confronti del vecchio sodale tramutato in un cencio sporco di sangue. Invece è toccato leggere le parole del ministro degli Esteri Frattini, che appena tre anni fa chiamava Gheddafi «un grande alleato dell’Italia» e adesso definisce la sua barbara fine «una grande vittoria del popolo libico». Davvero «grande» anche lui, il signor ministro con delega alla coerenza e alla sensibilità. La Russa non poteva essergli da meno e infatti non lo è stato. Ha detto: «Dobbiamo gioire». Per la nuova Libia, immagino. Ma con che razza di cuore si può abbinare un verbo di festa alle immagini di un corpo trascinato sull’asfalto? Ho vanamente cercato parole simili nelle dichiarazioni dei ministri francesi, tedeschi, americani. Forse i nostri sono solo più ruspanti: parlano prima di pensare, o anche senza pensare, né prima né dopo. Al confronto giganteggia persino il filosofo di Palazzo Chigi ed ex amicone del rais. Il suo «Sic transit gloria mundi» sulla volubilità della condizione umana (Gloria Mundi non è il nome di una ragazza) sembra voler dar voce, se non a un presentimento, a un tormento interiore.

Massimo Gramellini
da La Stampa del 21/10/2011

 

ATTO III

Silvio Berluscom ha detto ieri pomeriggio: “acronimo Pdl non comunica niente, non emoziona, non commuove”. Uno ne prende atto e pensa: non vorrei essere nei panni di quel poveretto che ha inventato il Pdl. Adesso gli faranno un mazzo così. Pochi istanti dopo — giusto il tempo di rimettere in asse il cervello, operazione non facile e non immediata per un italiano di oggidì — torna in mente che è stato lui, Silvio Berlusconi, l’inventore di quell’acronimo che, parole sue, “non comunica niente, non emoziona, non commuove”. E così, sempre cercando di rimanere aggrappati all’esile filo della logica, si cerca a tentoni una spiegazione. Si dà del pirla per far ridere gli amici? Quando decise il nome Pdl era sotto ipnosi? Venne rapito da bambino dagli alieni che lo usano come cavia per un raffinato esperimento politico, conquistare il pianeta Terra dicendo solo cazzate? Crede di non essere Silvio Berlusconi? Crede di esserlo stato, ma solo per alcuni periodi? Crede di esserlo così intensamente da potersi incarnare in più individui, tutti di così spiccata personalità da potersi dare del cretino a vicenda? E’ fuggito ai Caraibi già da parecchi mesi, e al suo posto ha lasciato un ologramma fuori controllo? Beve?

Michele Serra
da La Repubblica del 21/10/2011

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8.000 desaparecidos molisani

Il Molise come un piccolo Piemonte. Non per la qualità dei vini, non per l’espandersi della locale casa automobilistica isernina, né per un confronto calcistico tra Campobasso e Juventus (peraltro nell’unico precedente, Coppa Italia, febbraio 1985, finì 1-0 per i rossoblù!).

No, oggi il paragone che già ho sentito fare troppe volte è tutto politico. In Molise come in Piemonte l’accozzaglia di centrosinistra avrebbe perso per colpa dei “grillini”.

Cioè si accusa un gruppo di cittadini che, non sentendosi rappresentato da nessuna delle principali fazioni politiche, decide di scendere nell’agone con un proprio programma, un proprio candidato, le proprie idee. Il delitto quale sarebbe? Leso bipolarismo? Quel bipolarismo che giorno per giorno dimostra di essere inapplicabile nella realtà italiana?

E chi può dire con precisione quanto il Movimento 5 stelle abbia pescato nel bacino elettorale del centrosinistra? E quanto nel campo del centrodestra? E quanto, più ancora, tra coloro che avevano intenzione di astenersi?

Invece di lanciarsi in discorsi da bar, sarebbe mossa politica più accorta da parte delle auguste segreterie (locali e nazionali) chiedersi come mai nel 2006 Margherita e DS avevano preso in totale oltre 26mila voti e oggi non arrivano a 18 mila. Sono stati sconfitti per 1500 voti e si ritrovano con ben 8mila desaparecidos alle urne. Perché? C’entra forse il fatto che, come racconta il Futurista, la coalizione di Paolo di Laura Frattura aveva arruolato oltre all’Api di Rutelli gente di Futuro e Libertà? No, dico: mentre dagli schermi televisivi Fini e compagnia ribadiscono di essere alternativi alla sinistra, in Molise gli elettori avrebbero dovuto consegnare il governo della regione ai suoi uomini in compagnia dei vendoliani e dei socialisti?

E poi ci si lamenta se un candidato che corre con una sua sola lista e le sue proposte (che possono essere discutibili quanto si pare, ma almeno sono chiare) prende oltre 10 mila voti?!

PS: ringrazio l’amico Omar Ruberti per la sua passione e le sue considerazioni, che mi hanno permesso di approfondire la questione. Accorgendomi ad esempio che sul sito internet del Movimento 5 Stelle del Molise il programma elettorale c’è ed è ben visibile. Poi vai sul sito regionale del PD e del programma non c’è traccia; anzi, nella sezione “Materiali Regionali 2011” ci sono solo le immagini dei manifesti!

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